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29/08/2018
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  • Breve riflessione sul patto di non concorrenza: tra diritto comunitario e giustificazione causale.
    (Trib. di Milano, ordinanza del 31.01.2017)
     
    Il patto di non concorrenza è quell’accordo generalmente accessorio ad un contratto di franchising con il quale di limita il franchisee a svolgere attività in concorrenza (a prescindere da quella sleale, che è inibita per legge) con quella esercitata dal franchisor.
    Non rappresenta elemento essenziale del contratto di franchising, giacchè non è contenuto nell’elencazione di cui all’art. 3 L. 129/2004, tuttavia rientra nel potere dispositivo delle parti nella misura in cui suo scopo è quello di tutelare la reputazione e l’identità comune della rete nonchè impedire che il know-how e l’assistenza prestata dal franchisor vadano a vantaggio dei concorrenti.
    Può essere previsto sia per il periodo di vigenza del contratto che per quello posteriore: in tale ultimo caso, non manca chi ravvisa in esso una finalità ulteriore consistente nel fungere da deterrente rispetto alla velleità del franchisee di fuoriuscire dalla catena magari non rinnovando il contratto di franchising.
    E’ proprio il patto di non concorrenza post contrattuale ad essere quello maggiormente attenzionato dalla dottrina e dalla giurisprudenza, poiché se per quello operante vigente contratto la giustificazione è immediata e diretta (e anche l’opportunità), non così per quello post finitum contractus, il quale inevitabilmente incide sulla libertà di iniziativa economica di una parte (ex franchisee). Pertanto, è imprescindibile trovare un’adeguata giustificazione – sia sotto il profilo formale che sostanziale - all’introduzione di una clausola di tal tipo (operante nella fase postuma alla fine del contratto) avente la meritevolezza adeguata.
    Sotto il profilo formale, si tratta di clausola vessatoria ai sensi degli articoli 1341 e 1342 c.c. per cui è richiesta, a pena di nullità, la specifica sottoscrizione da parte del franchisee.
    Nel codice civile trova disciplina nell’art. 2596 il quale descrive un patto dalla durata massima di un quinquennio nonchè circoscritto ad una determinata zona o a una specifica attività. Al riguardo, però, la norma va interpretata in relazione al diritto comunitario, talchè il menzionato articolo non si applica agli accordi tra soggetti che operano a diversi livelli della linea concorrenziale (c.d. accordi verticali), come appunto accade nel franchising. Così, un patto di non concorrenza inserito in un contratto di franchising non è soggetto ai limiti previsti dall’art. 2596 con consequenziale libertà delle parti di disciplinare l’aspetto della concorrenza post contrattuale autonomamente. Non senza tener conto, tuttavia, delle ulteriori implicazioni in tema di compressione della libertà di iniziativa economica delle parti e dell’applicazione dei principi previsti dalle norme antitrust. In particolare, il Regolamento CE n. 330/2010, direttamente applicabile anche ai contratti di franchising stipulati in Italia. Con riferimento ai patti di non concorrenza post-contrattuale, il Regolamento comunitario (come da Linee Guida della Commissione) prevede che siano necessari per la protezione del know-how del franchisor; che si riferiscano a beni o servizi in concorrenza con quelli oggetto del contratto di franchising; che siano limitati ai locali in cui il franchisee ha operato durante il contratto; che non abbiano durata superiore a un anno dopo il termine del contratto.
    Sotto il profilo sostanziale, è chiaro che accordi restrittivi della concorrenza siano ammissibili solo ed in quanto meritevoli di tutela: nel contratto di franchising misura della giustificazione è rappresentata dal trasferimento del know-how e dalla necessità di preservarne l’indebita e incontrollata diffusione a danno del franchisor.
    In tal senso, Tribunale di Milano nell’allegata ordinanza del 31.01.2017: “Il patto di non concorrenza in esame, infatti, è valido solo se: -si riferisca a beni e servizi in concorrenza con i beni e servizi contrattuali; - sia limitato ai locali e terreni da cui l’acquirente ha operato durante il periodo contrattuale; - sia indispensabile per la protezione del know how trasferito dal fornitore all’acquirente; - la durata dell’obbligo di non concorrenza sia limitata al periodo di un anno a decorrere dalla scadenza dell’accordo ( art. 5 reg CE 2790/99). Non è superfluo rilevare che il trasferimento di Know how è un fattore molto importante per la valutazione della liceità e indispensabilità delle restrizioni alla concorrenza perché sono proprio i vantaggi, in termini di incremento dell’efficienza e di investimento dovuti al trasferimento di know-how, a giustificare le restrizioni volte alla sua protezione (cfr Linee direttrici sulle restrizioni verticali, in G.U.C.E. 13 ottobre 2000, C 291/01)…”.
    Pertanto, nel caso di specie, il giudizio cautelare ha accertato “la non significatività del trasferimento di Know how nel caso di specie, sicché è dubbio che tale clausola fosse indispensabile a proteggere il know how trasferito. La pacifica pregressa esperienza professionale dell’affiliata, che da anni esercitava la medesima attività nel punto vendita già aperto e aveva già acquisito, come riconosciuto documentalmente dalla controparte, “abilità nell’ambito dell’arte floreale”, unitamente alla modestissima formazione da parte dell’affiliante, proprio in considerazione della sua pacifica professionalità, costituiscono riconoscimento da parte dello stesso ricorrente del basso livello di know how trasferito”.
    Di conseguenza, il Giudice adito, in conformità al diritto comunitario, nonostante abbia disposto l’inibitoria alla prosecuzione, da parte del franchisee, dell’utilizzo dei segni distintivi già oggetto del contratto, ha rigettato la richiesta del franchisor di inibire – altresì - tout court la prosecuzione dell’attività svolta.


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86_45_Ordinanza-del-Tribunale-di-Milano-31-gennaio-2017.pdf
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