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29/08/2018
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Pubblichiamo di seguito una recente sentenza emessa il 07.03.2017 dal Tribunale di Verona in tema di franchising e che rappresenta una grande vittoria per lo studio Legale Callipari, da anni impegnato nel settore del franchising.
Il provvedimento merita adeguata segnalazione in quanto rappresenta l’ennesima presa di posizione della Giurisprudenza contro l’estensione d’emblèe ai contratti di franchising dell’art. 9 della L. 192/1998, a prescindere dalla concreta valutazione degli elementi sintomatici di tale figura patologica. La tematica è particolarmente calda e di essa ci siamo già occupati anche noi di Economia&Franchising pubblicando il provvedimento del Tribunale di Bologna n. 1497 del 07.06.2016 in cui – seppur per obiter – si criticava l’estensione automatica dell’abuso di dipendenza economica che è pur sempre figura prevista in tema di subfornitura.
Ebbene, il Tribunale di Verona con il segnalato provvedimento n. 519/2017 si pone sulla stessa linea, evocando l’impossibilità di prescindere comunque dalla valutazione degli specifici elementi probatori del caso concreto.
In breve la vicenda.
Trattavasi di opposizione proposta dall’affiliato di una catena di franchising leader nel settore avverso decreto ingiuntivo ottenuto dall’affiliante per mancato pagamento delle royalties previste da contratto, vigente ed operante tra le parti da tempo ancorchè rinnovato automaticamente – a breve distanza dall’introduzione della causa di cognizione -. Nell’opposizione, l’affiliato si lamentava di una serie di presunti inadempimenti e soprattutto della clausola contrattuale sulla determinazione delle royalties ritenuta sbilanciata e frutto di una contrattazione unilaterale. Di qui, la richiesta di declaratoria di nullità parziale di tale clausola (in base all’art. 9 della L. 192/1998) e la sostituzione della stessa con un criterio di calcolo stabilità dall’affiliato ancorchè da lui utilizzato nel corso del giudizio di opposizione per corrispondere il dovuto all’affiliante.
Si costituiva l’affiliante chiedendo il rigetto di tutte le istanze di parte avversaria sia in tema di presunti inadempimenti sul punto di assistenza e formazione (di cui forniva prova nel corso dell’istruttoria) sia riguardo la previsione di calcolo delle royalties: sosteneva, infatti, fosse frutto di autonomia contrattuale delle parti (peraltro mai prima contestata: il contratto era stato automaticamente rinnovato!) e per nulla privo di giustificazione causale, alla luce della formazione e dell’assistenza prestata e del grosso fatturato realizzato periodicamente dall’affiliato/opponente.
Il Tribunale di Verona, disattendendo totalmente l’opposizione proposta, si sofferma su taluni aspetti riguardo l’estensione della disciplina dell’abuso di dipendenza economica, nella misura in cui, pur riconoscendo una generale e fisiologica dipendenza insita nel contratto di franchising, dimostra di tener conto, ai fini della valutazione della concreta fattispecie, degli indici sintomatici (inesistenti nel caso di specie a fronte di una preventiva e specifica contrattazione di tutti gli elementi del contratto tra le parti).  “[…] Quanto infine alla tematica dell’abuso del diritto, anche a voler ritenere di portata estensiva la disciplina dell’abuso di dipendenza economica ex art. 9 L. 18.06.1998 n. 192 dettata in materia di subfornitura – ma siffatta estensione non è affatto pacifica soprattutto in un ambito così diverso come quello in esame - in genere costituiscono indici rivelatori della dipendenza economica l’assenza di qualsiasi pattuizione scritta, l’assenza di discrezionalità nell'esecuzione delle commesse, l’elevata percentuale di fatturato della fornitrice per lavori svolti a favore della committente e la difficile possibilità di reperire alternative risorse anche a seguito di un processo di riorganizzazione in tempi adeguati. Nel caso concreto, pur ricorrendo un’ipotesi di dipendenza tra i due soggetti economici, dipendenza insita nel franchising, non ravvisa questo giudice alcun indice di abuso essendo state concordate le varie condizioni minuziosamente in apposito contratto scritto sì che fin dal principio la società affiliata era in grado di comprendere il rischio di impresa che si assumeva…”
Perciò: “[…] a parere di questo giudice, la lettura della clausola 6.2 non si presta ad interpretazioni e l’ammontare delle royalties mensili era pari al 3% del volume complessivo delle operazioni, di talché la lettura unilaterale data dall’affiliata opponente non trova alcun aggancio nel testo contrattuale, tanto anche dopo la rimodulazione di cui dava conto il legale rappresentante di (omissis) le parti non sono giunte ad un meccanismo di determinazione del corrispettivo nel senso propugnato dalla ingiunta, ma si è deciso, in buona sostanza, di scaricare il costo dell’I.V.A. sull’utente finale. Il testo della clausola è dunque chiaro e non ammette l’interpretazione offerta da (omissis) con la ovvia conseguenza che l’opposizione non può trovare accoglimento. / Giova poi osservare che per anni, dal 2009 al 2014, il rapporto si è sviluppato senza contestazione in ordine all’ammontare delle provvigioni […]”


Allegati
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88_46_sent. Trib Vr 519 del 2017.pdf
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